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Cardiologi americani, olio di cocco e colesterolo

Da una recente revisione degli studi, condotto dall’American Heart Association, è emerso che l’olio di cocco contiene l’82% di grassi saturi, rispetto al 63% del butto e al 50% della carne di manzo. Di quo il consiglio a limitarne l’uso in cucina, preferendo alimenti con grassi polinsaturi, che hanno un doppio effetto positivo sulla salute cardiovascolare.

Secondo l’American Heart Association (AHA), l’associazione scientifica dei cardiologi americani, l’olio di cocco aumenta il colesterolo LDL allo stesso modo di altri alimenti ad alto contenuto di grassi saturi, quali burro e manzo. Anzi, secondo le nuove raccomandazioni alimentari della AHA, burro e manzo contengono meno grassi saturi in grado di aumentare i livelli di LDL. L’olio di cocco ha l’82% di grassi saturi, rispetto al 63% del burro e al 50% del manzo. L’AHA raccomanda di cucinare con grassi polinsaturi come oli di mais, soia e arachidi al posto dell’olio di cocco.
“Sostituire i grassi saturi con i polinsaturi ha un doppio effetto positivo perché un tipo di grasso che causa le malattie cardiache viene ridotto mentre viene consumato un tipo di grasso che aiuta a prevenirle”, dice Frank Sacks, ricercatore presso l’Harvard T.H. Chan School of Public Health in Boston, autore principale del rapporto.

L’associazione dei cardiologi americani – sulla base della revisione di studi randomizzati controllati – afferma che sostituire i grassi saturi con oli vegetali polinsaturi riduce il rischio di malattie cardiovascolari di circa il 30%. Gli studi eseguiti su numerose popolazioni hanno dimostrato che una minore assunzione di grassi saturi accoppiata ad una maggiore assunzione di grassi polinsaturi e monoinsaturi, è associata a un rischio minore di malattie cardiovascolari.
Per la salute ottimale del cuore e per arrestare l’ipertensione, AHA raccomanda un’alimentazione basata sul Dietary Approaches To Stop Hypertension (DASH) o la dieta mediterranea. Entrambe le diete sottolineano l’importanza di consumare oli vegetali insaturi, noci, frutta, verdure, prodotti lattiero-caseari a basso contenuto di grassi, cereali integrali, pesci e pollame. Bisogna ridurre la quantità di carne rossa, così come alimenti e bevande ad alto contenuto di zuccheri e sale. “Piccole modifiche possono essere rilevanti per ridurre il consumo di grassi saturi”, ha detto Potter, non coinvolto nello studio. “Per esempio rinunciare ad una cena a base di carne alla settimana, mangiare un biscotto di meno, bere una lattina di soda o un bicchiere di alcool in meno o fare pochi minuti di esercizio fisico ogni giorno”.

Fonte: Circulation 2017 – Lisa Rapaport – (Versione italiana Quotidiano Sanità/Nutri e Previeni)

Prevenzione cardiovascolare e Medicina Tradizionale Cinese

La rivista JACC pubblica un articolo che farà molto discutere. Il contenuto di questo lavoro infatti si discosta non poco dall’ortodossia medica, per come la intendiamo in occidente, viste le sue conclusioni: la medicina tradizionale cinese potrebbe essere efficace, come complemento o alternativa alla medicina occidentale tradizionale, nella prevenzione primaria e secondaria delle cardiopatie. Il lavoro è pubblicato come ‘art review paper’.
Le malattie cardiovascolari sono il killer numero uno nel mondo e nonostante gli innegabili progressi fatti dalla medicina presentano ancora tanti unmet needs. Anche per questo, si cerca di guardare oltre, cercando di capire, ma sempre con metodi scientifici, se le medicine ‘degli altri’ abbiano qualcosa da offrire.

La medicina tradizionale cinese è in genere mal vista dagli specialisti ‘occidentali’ per una serie di ragioni: in genere ogni ‘ricetta’ consta di molti ingredienti, dei quali è difficile chiarire il meccanismo terapeutico; i medicamenti utilizzati in Cina non devono sottostare ai rigorosi processi di approvazione riservati ai farmaci che entrano nel mercato europeo o americano, al fine di garantirne efficacia e sicurezza; la maggior parte degli studi realizzati sulla medicina cinese sono stati condotti finora da medici cinesi con medicamenti in genere non disponibili al di fuori della Cina.

Gli autori della review pubblicata su JACC hanno esaminato gli studi randomizzati e controllati pubblicati negli ultimi 10 anni sulla medicina cinese, utilizzata su pazienti con ipertensione, dislipidemie, diabete o prediabete, patologie cardiovascolari aterosclerotiche e scompenso cardiaco.

Stando a quanto pubblicato, alcuni medicamenti della medicina tradizionale cinese sembrano utili per le varie condizioni cardiovascolari studiate. E’ il caso ad esempio di otto trial randomizzati condotti su pazienti ipertesi, nei quali una serie di medicamenti (Tiankuijiangya, Zhongfujiangya, Qiqilian, Jiangya e Jiangyabao) si sono dimostrati efficaci nel controllare la pressione arteriosa, mostrando un buon profilo di sicurezza e rendendoli dunque, secondo gli autori dello studio, una valida alternativa terapeutica nei pazienti intolleranti, o che non possono permettersi, le medicine occidentali.

Mancano tuttavia, sottolineano gli autori, degli studi di lunga durata sugli hard endpoint; l’unica cosa che si può dire sulla base di questi studi insomma è che la medicina cinese riesce a tenere sotto controllo i valori pressori, mentre non se ne conosce l’impatto sulla riduzione di ictus e infarti.

“Bisogna inoltre ricordare – sottolinea Yuxia Zhao, autore senior della review e medico presse il Dipartimento di Medicina Tradizionale Cinese dell’Ospedale Qilu dell’Università di Shandong (Cina) – che i medicamenti della medicina tradizionale cinese vengono in genere prescritti in formulazioni complesse, che vengono spesso ulteriormente elaborate dai medici per personalizzarle.
Di alcuni ingredienti attivi di questi medicamenti è stato possibile chiarire l’effetto farmacologico e i meccanismi alla base. E dunque, alcuni di questi medicamenti possono essere efficacemente utilizzati come approccio complementare o alternativo nella prevenzione primaria e secondaria delle malattie cardiovascolari”.

Un’apertura importante alle medicine ‘degli altri’ insomma, da parte di una rivista estremamente rigorosa e ortodossa. Un elemento di importante riflessione per la realizzazione di ricerche future (ma ci si chiede chi avrà interesse a finanziarle), in grado di misurare gli effetti della medicina tradizionale cinese con lo stesso metodo scientifico utilizzato per valutare i farmaci con i quali ci curiamo tutti i giorni.

Maria Rita Montebelli

ORAS Spa al Congresso Nazionale di Pneumologia

Dal 10 al 13 giugno 2017 si è tenuto a Bologna il Congresso Nazionale della Pneumologia Italiana con grande affluenza di dirigenti e tecnici del settore provenienti da tutta Italia.
Per ORAS SPA hanno partecipato il Capo Dipartimento dell’Ospedale Ca’ Foncello Dott. Giorgio Santelli, la Coordinatrice Clinica della Riabilitazione di Motta Dott.ssa Maddalena Chizzolini, assieme a tutta l’equipe infermieristica riabilitativa ed ambulatoriale.

Attraverso un’attiva partecipazione a lezioni frontali e pratiche si sono approfondite conoscenze ed apprese nuove tecniche, confrontandosi con altre realtà italiane.

Sono state affrontate sessioni specifiche riguardanti diverse attività fondamentali relative alla gestione, nonchè alla diagnosi del paziente pneumologico, spaziando dagli aspetti deontologici e legislativi a quelli più pratici e specifici, rispetto ai quali diviene sempre più fondamentale garantire professionalità ed efficienza.

Molto spazio è stato dato altresì alle nuove tecniche concernenti il trattamento del paziente cronico, ai nuovi sistemi di diagnostica ed alle innovative e crescenti scoperte in tale ambito.

Una grande opportunità per meglio definire e concretizzare il ruolo del nostro Servizio, incrementando il livello di qualità dello stesso; per di più, si è trattato di una valida occasione per analizzare e porre l’attenzione sugli aspetti da ottimizzare all’ interno di un settore in continua crescita. Basti pensare che le malattie dell’apparato respiratorio rappresentano la terza causa di morte in Italia – con un’ incidenza in continuo aumento – e come le conoscenze nella gestione delle stesse possano giovare in tantissimi altri campi sanitari.

L’Equipe pneumologica

Cuore in salute, vecchiaia sana

Uno studio osservazionale, durato 40 anni, ha valutato il rapporto tra buona salute cardiovascolare in gioventù e attesa di vita. L’assenza di malattia cardiaca regala almeno quattro anni in più di vita. Lo studio è stato pubblicato da Circulation.

(Reuters Health) – Un cuore in buona salute allunga gli anni d’argento. Un nuovo studio dimostra come le persone con una buona salute cardiovascolare – in età giovane e adulta -vivano più a lungo e abbiano meno malattie croniche con l’avanzare degli anni, consentendo di risparmiare in cure e ridurre le spese sanitarie.

“Dal momento che la popolazione sta invecchiando, è importante capire come possiamo aiutare le persone a mantenere una vita più sana con il passare degli anni – dice Norrina Allen della Northwestern University Feinberg School of Medicine di Chicago, principale autrice dello studio – Circa il 41% della popolazione statunitense sarà colpito da una malattia cardiovascolare entro il 2030, che è già la principale causa di morte negli Stati Uniti”.

Lo studio

Allen e colleghi hanno analizzato i dati di rilevamento del Progetto Chicago Heart Association, uno studio quarantennale che ha reclutato individui con età da 18 a più anni dal 1967 al 1973. Questo lavoro si è concentrato su 25.800 persone che avevano compiuto 65 anni entro il 2010 e che rappresentavano circa il 65% dei partecipanti originali.

I ricercatori hanno esaminato la salute cardiovascolare nelle età più giovani, dividendo in categorie i partecipanti a seconda che avessero uno o più fattori di rischio cardiovascolare come ipertensione, colesterolo elevato o elevato indice di massa corporea, diabete o abitudine al fumo.

Il 6% dei partecipanti non aveva alcun fattore di rischio in età adulta e avanzata; il 19% aveva valori elevati per un fattore sfavorevole, il 40% presentava valori elevati per un fattore di rischio e il 35% per più fattori di rischio. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista Circulation.

I soggetti che non presentavano problemi sono stati considerati come soggetti di salute cardiovascolare favorevole, mentre con uno o più fattori di rischio la salute del cuore è stata valutata meno favorevole. Le persone con salute favorevole in giovane età hanno complessivamente vissuto circa quattro anni di più, sono sopravvissuti circa cinque anni di più prima di sviluppare una malattia cronica.

Fonte: Circulation – Carolyn Crist – (Versione italiana Quotidiano Sanità/Popular Science)

Masterclass on the Management of Bladder, Bowel & Sexual Dysfunc+on in Spinal Cord Injury and Neural Tube Defects

PRESENTAZIONE

È difficile fare un calcolo di quante persone nel mondo vivono aualmente con una mielolesione.
L’incidenza, la prevalenza, il nesso di causalità, il tipo di terapia in fase acuta, i programmi di riabilitazione, la continuità di cura differiscono tra i paesi in via di sviluppo (emergenti) e quelli sviluppa. Solo un gruppo di paesi ad alto reddito sono in grado di fornire ampie stasche nazionali utile al confronto.

Secondo la WHO (World Health Organization) non esiste una stasca affidabile che aiuti a valutare la prevalenza della mielolesione nel mondo. Si stima che l’incidenza globale annuale del mieloleso sia circa 40/80 nuovi casi per milione di abitanti. Pare che fino al 90% di ques casi siano di origine traumaca, anche se la percentuale di mielolesione non traumaca sembra essere in crescita, in particolare in Europa.

Le condizioni secondarie che insorgono a seguito di una mielolesione come ad esempio: trombosi venosa profonda, infezioni del tratto urinario, ulcera da decubito, spsi, osteoporosi, fratture, spasmi muscolari, dolore cronico, disturbi del sistema autonomo, megacolon, atelettasia, infezioni polmonari possono essere non sono debilitanti, ma anche pericolose per la vita. Molte, però, sono prevenibili e non sono più tra le principali cause di morte dei mielolesi nei paesi ad alto reddito, ma rimangono tra le principali cause di morte nei paesi a basso reddito.

La mielolesione può rendere una persona dipendente e la tecnologia di assistenza spesso è necessaria per facilitare la mobilità, la comunicazione, la cura di sé o di altre attività di vita quodiana in modo autonomo.
Il 20-30% delle persone con lesioni del midollo spinale mostrano segni clinici significavi di depressione, avendo a sua volta un impa,o negavo sul miglioramento dell’autonomia e della salute in generale.
Fraintendimenti, atteggiamenti negativi, barriere fisiche e architettoniche escludono molte persone dalle attività sociali.
I bambini con lesioni del midollo spinale hanno meno probabilità rispetto ai loro coetanei di iniziare la scuola, e, una volta arruola, meno probabilità di proseguire gli studi.
Gli adulti con lesioni del midollo spinale incontrano ostacoli a partecipare alla vita economica, arrivando a un tasso di disoccupazione mondiale di oltre il 60%.

La terapia intensiva, gli interventi chirurgici, i servizi di riabilitazione e di continuità di cure sono essenziali per la prevenzione e la gesone di questa condizione, essendo, però, eterogenei tra i diversi paesi a basso e alto reddito.

Molte delle conseguenze associate alla mielolesione sono dettate dai disservizi assistenziali e da una riabilitazione inadeguata e dalle “barriere” che si creano in ambiti fisico, sociale e polico.

Come responsabile dell’area di interesse speciale sulla mielolesione per la WFNR (World Federaon of Neurorehabilitaon) nel mondo, mi sono chiesto … cosa bisogna fare per accorciare la distanza che separa la conoscenza teorica-praca e la gesone della mielolesione tra i diversi
paesi del mondo.

Il “Masterclass on the Management of Bladder, Bowel & Sexual Dysfunction in Spinai Cord Injury and Neural Tube Defects” nasce con lo scopo di ridurre il “gap” di conoscenza e omologare i modi di gesone del mieloleso nel mondo, ed in parcolare nei paesi emergenti. Pertanto il primo Masterclass ha come obiettivo organizzare un corso che includa un programma organico di lezioni teoriche e prache, tenuto da esper nazionali ed internazionali, che si dedicano da anni al vasto campo muldisciplinare dei gravi mielolesi. Il target del corso sono medici, infermieri, fisioterapisti,
terapisti occupazionali e psicologi con un interesse specifico per la mielolesione.
L’invito a venire in Italia è rivolto soprauo ai sanitari che vivono e lavorano nei paesi emergen (Cina, India, Israele, Emira Arabi, Portogallo, Spagna, America Lana ecc.) per partecipare al corso insieme ai colleghi italiani.
Il Masterclass ospiterà un gruppo massimo di 40 partecipanti (20 provenienti dall’ estero) un pacchetto di iscrizione/albergo (per i residen all’ estero)/pas e trasporto da Treviso a Milano. Gli obiettivi del corso sono: A. creare una situazione ideale per uno scambio di idee, B. divulgare informazioni cliniche e scienfiche, C. formare una rete internazionale che stabilisca le misure essenziali per migliorare la sopravvivenza, la salute, la partecipazione e la gesone del mieloleso nelle diverse par del mondo meno sviluppato.
L’organizzazione del corso viene garantito dal Comitato Organizzativo, il Do. Humberto Cerrel Bazo e il Do. Michele Spinelli, e dalle loro strutture ospedaliere di riferimento, eccellenze del settore neuroriabilitavo, l’Ospedale Riabilitativo di alta Specializzazione (ORAS) di Moa di Livenza (TV) e l’Unità Spinale dell’Ospedale Niguarda di Milano. Tutto il progetto è stato concordato con il responsabile dell’area di interesse speciale in “Connence and Bowel management” della WFNR, Dott. Mario Patricolo.
Il Masterclass è organizzato soo l’autorevole patrocinio del WFNR (World Federaon of Neurorehabilitaon) e della SIMFER (Società Italiana di Medicina Fisica e Riabilitazione) e guarda già al futuro: potrà essere organizzato a cadenza annuale e provvedere alla realizzazione di materiale didattico, dando concretezza ad un programma scienfico di alto livello.

… E DOPO?

Il Masterclass nel prossimo futuro sarà un luogo adao per divulgare le misure essenziali a garanre il diritto alla istruzone ed alla partecipazione economica del mieloleso nei paesi meno sviluppa.
Potrà ospitare legislatori, polici, membri di associazioni di mielolesi, tecnici della riabilitazione, esperti del settore per discutere e proporre soluzioni, ineren all’ambito clinico, sociale, legislavo ed educavo con lo scopo di innalzare il po di cure e migliorare i canali di percezione del problema (awarness), favorendo gli atteggiamen posivi nei confron di persone con mielolesione ed il reinserimento del mieloleso nella società.

DUE GIORNI A MOTTA ED UNO A MILANO

Il Masterclass é in programma da mercoledì 24 a venerdì 26 maggio 2017. I primi due giorni in Oras Spa a Motta di Livenza e venerdì, giornata conclusiva, al Niguarda di Milano. Questa scelta é per dare ai partecipan la possibilità di apprendere venendo in contatto con due realtà che si prendono cura delle persone affette da lesione midollare approfondendo le unicità e specificità delle due strutture.
Il programma dettagliato delle lezioni e dei contenu della tre giorni del Masterclass é disponibile presso l’Unità Spinale di Motta di Livenza.

dr. Humberto Cerrel Bazo

Riabilitazione “Cenerentola” nei sistemi sanitari? l’OMS dice l’esatto contrario

L’Oms riconosce la riabilitazione come fattore chiave per i servizi sanitari del 21 secolo. Sostiene la necessità di un radicale ampliamento del suo ambito operativo e di una sua piena e definitiva collocazione fra gli elementi fondanti dei sistemi di tutela della salute. Un intervento del presidente Simfer Paolo Boldrini.

Il 74% degli anni di vita persi per disabilità (YLDs) è attribuibile a malattie e condizioni che possono trarre beneficio dalla riabilitazione, secondo il Global Burden of Disease Study relativo al 2015 (1).

Questo solo dato è sufficiente a giustificare l’importanza dei servizi riabilitativi nel dare risposta adeguata al bisogno di salute in tutto il mondo.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità sta sostenendo con forte determinazione questo tema, ed ha recentemente proposto una visione della riabilitazione che può cambiare radicalmente la visione ed i paradigmi con cui viene vista nel contesto dei sistemi sanitari.

La Riabilitazione non è più vista “solo” come risposta ai bisogni delle persone con disabilità, che pure resta uno dei pilastri essenziali della sua azione, ma anche come efficace strumento di intervento strategico in tutte le condizioni di compromissione, anche temporanea, del “functioning”.

Questa visione è stata illustrata nell’evento REHABILITATION 2030: A CALL FOR ACTION. tenutosi il 6-7 febbraio presso la sede dell’OMS, a Ginevra. Tema portante è stato lo sviluppo di azioni e strategie a livello mondiale per lo sviluppo della Riabilitazione, definita come una priorità del 21° secolo per i sistemi sanitari di tutto il mondo.

Il panel dei partecipanti era rappresentativo di tutte le realtà, istituzioni, attività e professionalità coinvolte nelle attività riabilitative, con delegati di tutti continenti.

Il documento propone una definizione di riabilitazione come “un insieme di interventi concepiti per ottimizzare il funzionamento e ridurre la disabilità” in persone che presentano diverse “condizioni di salute”, riferibili a malattie acute o croniche, disordini, lesioni o traumi. In queste “condizioni di salute” vengono ricomprese non solo le patologie disabilitanti che rientrano comunemente nell’ambito della riabilitazione, ma anche situazioni non patologiche che limitano, anche temporaneamente, il funzionamento, quali ad esempio la gravidanza, l’invecchiamento fisiologico, lo stress.

Questo ampliamento dell’ambito di intervento della riabilitazione apre la prospettiva di una sua piena e definitiva collocazione nel contesto dei servizi sanitari, riconoscendone un ruolo di elemento fondante dei sistemi di salute, e non solo come componente del sistema di welfare indirizzato alle fasce di popolazione che presentano disabilità.
Tale aspetto può apparire non particolarmente innovativo in un paese come il nostro, in cui il settore della riabilitazione è riconosciuto come parte dei livelli essenziali di assistenza sanitaria.

Tuttavia, non si può negare che nell’ambito del sistema sanitario persiste ancora spesso una visione, per così dire, “complementare” della riabilitazione, vista come un insieme di servizi che contribuiscono in modo relativamente marginale al livello complessivo di salute e benessere della popolazione.

La visione proposta dall’OMS prospetta una visione esattamente opposta: non c’è buona salute pubblica senza una buona riabilitazione, anche quando gli altri elementi del sistema dovessero funzionare in modo ottimale.

Inutile sottolineare la rilevanza cruciale di questo approccio per le comunità professionali coinvolte nel settore della riabilitazione, e quindi anche per il ruolo della Medicina Fisica e Riabilitativa.
Per questo ritengo doveroso sollecitare la comunità dei medici fisiatri alla lettura, approfondimento e discussione dei documenti prodotti dall’OMS.

Paolo Boldrini – Presidente SIMFER

Sport terapia e post trauma

Il “Piano di indirizzo della riabilitazione 2011” del Ministero della Salute, introduce il principio dell’AFA, Attività Fisica Adattata, quale pratica in capo ai laureati in scienze motorie che – al di fuori dei Lea – viene riconosciuta come parte strategica del completamento dell’intervento riabilitativo specie post traumatico in soggetti che possono praticare una disciplina sportiva.

Così Oras Spa dopo gli accordi presi con il Comitato Paralimpico Veneto per essere struttura di riferimento riabilitativo per quanti vogliono cimentarsi in attività agonistiche, allarga il suo spettro di possibili attività promuovendo la pratica sportiva come accorciamento dei tempi di rimessa in forma dell’utente della struttura.

Il praticare una disciplina sportiva come terapia per recuperare da una trauma fisico é stata così al centro di un interessante incontro proposta giovedì 23 febbraio scorso in sede di Oras Spa.

Accanto alle terapie tradizionali, la pratica di una qualche disciplina sportiva per superare quanto prima l’evento traumatico diventa un proposta fattibile nell’ambito della presa in carico di una determinato tipologia di utenti dell’ospedale.

Di questo si é parlato nella tavola rotonda, in un incontro con medici, terapisti e pazienti per la presentazione delle attività che si svolgeranno al nosocomio mottense, aperto con entusiasmo da Ruggero Vilnai, Presidente della regionale del Comitato paralimpico, e da Francesco Rizzardo, Amministratore Delegato dell’Ospedale di Motta.

Subito dopo presentazione e testimonianza di alcuni tecnici che saranno coinvolti nel progetto, con proiezione di alcuni filmati. Tra questi Ezio Luvisetto, atleta e tecnico paralimpico tiro con l’arco, Marco Mestriner, atleta e tecnico di Sitting Volley, Loreno Targa, tecnico per gli sport acquatici, Mauro Nardo, atleta e tecnico per gli sport di orientamento.

Annunciato nel corso dell’incontro che il 29 aprile prossimo proprio Motta di Livenza ospiterà nella palestra comunale una dimostrazione pratica di sitting volley nell’ambito della seconda edizione di “Volley senza barriere”.

Progetto Lorenzin, i fisioterapisti: stralciare le norme per le nuove professioni

Il dibattito sul Ddl del Ministro della Salute Lorenzin sulle figure professionali dell’area sanitaria, vede la discesa in campo di AIFI nazionale che chiede si stralciare le norme per l’istituzione di nuove professioni.

Il riferimento è in particolare a quella di osteopata. Per il presidente dell’Associazione italiana fisioterapisti Mauro Tavarnelli, “l’osteopatia esiste ma non è una professione. È una terapia complementare non convenzionale, già applicata da veri professionisti sanitari”. “L’osteopatia esiste, non è una professione ma una terapia complementare non convenzionale che è già applicata da veri professionisti sanitari. Diversa è la definizione dell’osteopata come figura professionale, un errore – a questo punto voluto – che continua a commettere il Roi”.

Così il presidente dell’Associazione italiana fisioterapisti, Mauro Tavarnelli, per il quale serve  “maggiore chiarezza sul tema e sull’efficacia dell’osteopatia”.
Tavarnelli auspica quindi il rispetto della legge 43/2006, sottolineando come tale provvedimento prevade che “l’individuazione di una nuova professione sanitaria, e non l’istituzione come invece si vorrebbe fare direttamente ora con il ddl Lorenzin, è subordinata a un parere tecnico scientifico espresso da apposite commissioni che operano nell’ambito del Consiglio superiore di sanità, di volta in volta nominate dal ministero della Salute”.

“Oltretutto – aggiunge il presidente Aifi – la definizione delle funzioni che caratterizzano una nuova professione deve evitare parcellizzazioni o sovrapposizioni con le professioni già riconosciute o con le loro specializzazioni”.

Per Tavarnelli “nulla di tutto ciò è stato rispettato, da quanto accaduto finora nei lavori parlamentari e dichiarato in ogni articolo del Roi, e le sovrapposizioni con le altre professioni sanitarie, in particolare il medico e il fisioterapista, sono palesi”.

“Siamo fermamente convinti che serva una urgente regolamentazione delle professioni sanitarie esistenti – conclude il presidente Aifi – che attendono da troppi anni un loro pieno riconoscimento per la tutela della salute dei cittadini. Per questo chiediamo uno stralcio del concetto di nuove professioni sanitarie in un altro disegno di legge, in modo tale che si possa esaminare a parte la questione e nel contempo far proseguire l’iter del ddl Lorenzin e la conseguente istituzione degli ordini professionali”.

Scompenso cardiaco ed ospedalizzazione

In Italia lo scompenso cardiaco è la seconda causa di ospedalizzazione dopo il parto naturale, porta infatti 190 mila ricoveri l’anno e ne soffrono oltre 1 milione di persone.

Si tratta di una condizione in cui il cuore non è più capace di distribuire il sangue ossigenato in misura adeguata alle richieste metaboliche dei tessuti.
“Tra i sintomi ci sono l’affaticamento nella respirazione, il senso di stanchezza, il gonfiore a piedi e caviglie, le alterazioni del ritmo cardiaco – spiega Maria Frigerio, direttore di Cardiologia 2 all’ospedale Niguarda di Milano, durante il media educational ‘Scompenso cardiaco, conoscere,
prevenire e trattare il killer del cuore’, promosso da Novartis – ma il problema è che questi sintomi possono essere associati anche ad altre condizioni.

Questo a volte inganna anche i medici, che ad esempio possono indirizzare a indagini sull’apparato digerente anziché sull’apparato cardiovascolare pazienti nei quali lo scompenso si esprime con l’inappetenza o il dolore alla bocca dello stomaco”.
Lo scompenso cardiaco viene suddiviso in 4 classi crescenti di gravità, che vanno dall’assenza sintomi nell’attività fisica abituale alla spossatezza e affaticamento percepiti anche a riposo.

La fase acuta è caratterizzata dal manifestarsi di un edema polmonare o da un grave deficit della pompa, che compromette le funzioni di tutto l’organismo.
“E’ importante ricordare – precisa Frigerio – che lo scompenso cardiaco può anche essere la via ultima comune di altre patologie come cardiopatia ischemica, ipertensione arteriosa, alterazioni delle valvole cardiache, miocarditi, alcune aritmie e alcuni farmaci oncologici e antidepressivi”.
E’ stato stimato che nei prossimi 10 anni lo scompenso cardiaco interesserà il 2,3% della popolazione italiana. La spesa totale per questa patologia in Italia è di 3 miliardi di euro l’anno, pari al 2% della spesa sanitaria.

ORAS SpA, il personale infermieristico centrale nella gestione dell’utente ospedalizzato

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Il personale infermieristico in Oras Spa é parte preponderante nei servizi di accoglienza, gestione, cura, del paziente ospedalizzato. Con gli OSS, rappresenta quel personale che entra in più “personale” contatto con l’utente.

Per questo ci pare significativo – alla luce anche di quanto scritto prima – che in questi giorni si sia aperto il dibattito sul nuovo codice deontologico degli infermieri che sarà definitivamente adottato dopo la consultazione degli oltre 400mila infermieri in servizio in tutta Italia.

Le regole della professione degli infermieri si aggiornano: dopo sette anni da quello del 2009 è stata presentata pochi giorni fa ai presidenti dei 103 Collegi provinciali la prima stesura del nuovo Codice deontologico che farà da guida alla professione nei prossimi anni.

Le sue caratteristiche sono massima trasparenza e condivisione, anche perché, come specificano le disposizioni finali, le norme contenute nel Codice sono vincolanti e negli ultimi anni sono state utilizzate anche come strumento giuridico dalla Magistratura. La loro inosservanza è sanzionata dal Collegio professionale: avvertimento, censura, sospensione fino a sei mesi e radiazione sono i rischi per chi non rispetta le regole deontologiche della professione.

Il denominatore e l’obiettivo comune dei 40 articoli che compongono il nuovo testo sono il bene e il rispetto della persona assistita, della sua volontà e dei suoi diritti, privacy compresa e della sua famiglia.
Come specificato fin dai primi articoli infatti: “L’infermiere persegue l’ideale di servizio orientando il suo agire al bene della persona, della famiglia e della collettività”. Non solo: “L’infermiere cura e si prende cura, nel rispetto della dignità, della libertà, dell’uguaglianza della persona assistita, delle sue scelte di vita e della sua concezione di salute e di benessere”.

Tra le maggiori novità del codice, quelle che riflettono il nuovo ruolo professionale sia a livello di management che clinico, assunto dagli infermieri all’interno delle strutture sanitarie, sul territorio e anche nella libera professione. L’infermiere “partecipa al governo clinico, promuove le migliori condizioni di sicurezza della persona assistita, fa propri i percorsi di prevenzione e gestione del rischio e aderisce alle procedure operative, alle metodologie di analisi degli eventi accaduti e alle modalità di informazione alle persone coinvolte”.

Inoltre, se l’organizzazione chiedesse o pianificasse attività assistenziali, gestionali o formative in contrasto con i propri principi e valori e/o con le norme della professione, l’infermiere proporrà soluzioni alternative e se necessario si avvarrà della clausola di coscienza.

Il nuovo Codice già inquadra la crescita professionale in vista con il nuovo contratto e prevede che l’infermiere agisce sulla base del proprio livello di competenza e ricorre, se necessario, all’intervento e/o alla consulenza di infermieri esperti o specialisti, presta consulenza ponendo le sue conoscenze e abilità a disposizione della propria, delle altre comunità professionali e delle istituzioni. Ma riconosce anche che l’interazione e l’integrazione intra e inter professionale sono fondamentali per rispondere alle richieste della persona. E l’infermiere inoltre ha anche l’obbligo di concorrere alla valutazione del contesto organizzativo, gestionale e logistico in cui si trova la persona assistita e formalizza e comunica il risultato delle sue valutazioni.

Tra le previsioni del Codice, l’educazione sanitaria per i cittadini e la promozione di stili di vita sani, la ricerca e la sperimentazione, ma anche, per gli infermieri, gli obblighi di formazione e di educazione continua, argomento questo che per la prima volta entra a pieno titolo in un Codice
deontologico.

Poi, l’infermiere è garante che la persona assistita non sia mai lasciata in abbandono, se rileva privazioni o maltrattamenti li segnala all’autorità competente e si attiva perché ci sia un rapido intervento. E dal punto di vista professionale denuncia e segnala assieme al Collegio, l’abusivismo e le attività di cura e assistenza prive di basi e riscontri scientifici e/o di risultati validati.

Nel Codice c’è un chiaro riferimento alla comunicazione, anche informatica: correttezza, rispetto, trasparenza e veridicità sono obblighi che l’infermiere deve rispettare.

Un capitolo importante è anche quello del fine vita: l’obbligo deontologico è di assistere la persona fino al termine della vita, tutelandone la volontà di porre dei limiti agli interventi che ritiene non siano proporzionati alla sua condizione clinica o coerenti con la concezione di qualità della vita e sostiene i familiari e le persone di riferimento nell’evoluzione finale della malattia, nel momento della perdita e nella fase di elaborazione del lutto.

L’iter prevede, dopo la prima lettura da parte dei presidenti dei Collegi, riferimento territoriale della professione, del testo predisposto dalla Commissione ad hoc della Federazione anche con il supporto di esperti esterni (avvocato, magistrato eticista), una , secondo le regole (linee guida) e le raccomandazioni dettate dalla Funzione pubblica.
Saranno interrogate anche le associazioni infermieristiche e i cittadini. I Collegi provinciali trasmetteranno poi alla Federazione la rielaborazione del materiale e dei suggerimenti pervenuti, per giungere all’approvazione definitiva e all’entrata in vigore delle nuove regole che governeranno i prossimi anni della professione infermieristica.

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